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IL
PAZIENTE SI CURA DA SOLO
Sono
convinta che la medicina e il medico siano solo dei veicoli e
che il medico dovrebbe funzionare solo da guida, affinché la
guarigione fisica si attui insieme alla consapevolezza e alla evoluzione
del paziente.
La malattia è un'espressione che non fa altro che rivelare
in maniera metaforica un vissuto emozionale che ha portato alla malattia
stessa.
Usando quali strumenti l'analogia, i simboli archetipici e la grafologia
- scienza questa che si fonda su basi analogiche -, traduco al paziente
ciò che il suo inconscio desidera comunicare e ciò avviene
contro ogni logica dell'attuale medicina.
Il mio punto di partenza è proprio l'espressione verbale e fisica
usata dal paziente. In essa, oltre al significato emozionale preso individualmente,
ricerco anche un significato collettivo rifacendomi al concetto di inconscio
collettivo scoperto da Jung nel secolo scorso.
La terminologia usata per esprimere le patologie nella medicina ufficiale,
nega l'efficacia e la validità del "pazientese"
che è invece un linguaggio collettivo ed emozionale. Molti medici
troncano il discorso del paziente quando fiorisce i suoi dolori e sintomi
con quegli aggettivi ed espressioni che, invece, per me sono importantissime.
Chiedo sempre al paziente di descrivermi la sua malattia come se fosse
un analfabeta. Credo che non esistono le malattie, ma "la malattia".
Essa non è altro che l'espressione di un'afflizione del paziente
che si manifesta in un diverso modo, sia nel linguaggio che nella sua
espressione fisica.
La condizione che una determinata malattia sia inesorabilmente cronica,
non fa altro che confermare, nell'inconscio del paziente, la sua cronicità.
Mentre, se il paziente non ci pensasse più potrebbe anche guarire
spontaneamente.
E, se le analisi e i controlli a cui sono sottoposti i malati non servissero
ad altro che a confermare in loro, attraverso la paura - sentimento
origine della malattia stessa - la cronicità di essa?
La
Risata
La
risposta terapeutica più bella è la risata del paziente
dopo che gli traduco la sua metafora. Quasi sempre so che guarirà.
Con il riso mi dice tante cose: che si è sentito compreso e che
ha capito nel profondo del suo animo la terapia, che ha preso le distanze
dall'afflizione che l'ha portato alla malattia, che la vede come una
rappresentazione, che non ha più paura, ma soprattutto, finalmente,
paziente che si diverte mentre viene curato.
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